sabato 14 gennaio 2012

IO LI HO CONOSCIUTI 2

Cominciamo, noblesse oblige, con un presidente della Repubblica dei primi anni 60, Antonio Segni, che sono stato chiamato a visitare a Roma perchè era stato colpito da un ictus da trombosi cerebrale, con danni motori e gravi problemi di linguaggio. Peccato, perchè mi sarebbe piaciuto chiedergli qualcosa di mio zio, Fernando Tambroni ( chiamato in famiglia ‘il gerundio’), che era stato coinvolto sotto la sua presidenza in un brutto affare, il caso SOLO e la prima partecipazione della destra fascista al governo. E’ venuto a Milano, alla Casa di Cura Sanatrix, una piccola clinica di poche camere nata per la nostalgia  per la riabilitazione di Felice Casari, che era stato il primo,  amato primario dell’Istituto di Terapia Fisica di Niguarda dal 48 al 53, caratterizzata, oltre che da un’ottima attività riabilitativa, dalla ancor migliore cucina curata dalla moglie parmigiana del proprietario. Ricordo il presidente alto, sottile, con il soprabito blu e la bella sciarpa di seta bianca, che si armonizzava bene con i bei capelli argentei. Un gran signore.

E una lunga sfilata di politici milanesi di tutte le sponde ben noti allora: Malvestiti, Masini, Marcora, Rivolta, Peruzzotti…la passione politica si scaricava per lo più sulla muscolatura della colonna.

Mio è padre era pianista, e in quegli anni difficili si dava da fare per la rinascita di una vita musicale milanese, organizzando con la Camerata Musicale preziosi concerti: per cui molti miei ricordi sono legati al mondo della musica. Nell’immediato dopoguerra, la rivelazione del Nuovo Quartetto Italiano. Quattro giovani, Borciani, Pegreffi, Farulli e Rossi, che di lì a poco dovevano incantare il mondo. Quattro folletti, come li ha battezzati Giulio Confalonieri, principe dei critici musicali e  grande giocatore di scopone scientifico al bar Giamaica, a Brera. Ricordo un’ affannata corsa in taxi per recuperare un archetto del violoncello a Rossi: il suo si era rotto al’ultimo minuto. E in serata un commovente  quartetto di Debussy nell’ospitale ma gelida casa di Giulia Maria Crespi in via Borgonuovo. I termosifoni in quel primo dopoguerra non  funzionavano:  gli invitati erano pregati di portare un ciocco di legno per il camino.

Poi, e prima di  tutti, Maria Callas, la voce di soprano più emozionante di tutti i tempi al servizio di una musicalità ineguagliabile, in quei tempi regina del teatro alla Scala. Era alle prese con un peso corporeo che giudicava eccessivo e che avrebbe, come si sa, combattuto con successo senza perdere, come tutti temevamo, l’incanto della sua voce. Veniva all’Istituto con il suo cagnolino, e ci intratteneva con tante e non sempre generose storie  sul suo mondo, e soprattutto sui suoi colleghi. E in particolare su Renata Tebaldi, ottima soprano e sua principale rivale.

Unito nel ricordo a Maria Callas,  Leonard Bernstein che l’ha diretta in una trionfale Medea di Cherubini,  la sua originalità interpretativa, la sua simpatia: una volta si è presentato a una prova scaligera vestito da gondoliere veneziano. Ricordo anche le sue bretelle color viola, che sfidavano il malocchio, e naturalmente il suo mal di schiena.

Il mio mestiere mi ha portato in casa Abbado, una casa dove si respirava musica. Sono stato accolto con grande signorilità da  Michelangelo, ottimo violinista e padre di Marcello, poi direttore del Conservatorio di musica di Milano dove mio padre ha insegnato nel primo dopoguerra, e di Claudio, al quale debbo tanti indimenticabili momenti di grande musica e, recentemente, il sogno di vedere scambiata la sua giusta mercede con  95.000 alberi da piantare  a Milano: davvero un sogno, temo, dati i tempi bui, ma non per questo meno affascinante.  In quell’occasione mi ha fatto dono di una sua  recente edizione della Cenerentola  di  Rossini.

Nel campo dello spettacolo  Milano era al centro della scena. Erano gli anni della rivelazione del piccolo Teatro, di Strehler e di Grassi, ma anche dei molti teatri  che non ci sono più. Ricordo la prima di ‘Questi Fantasmi’ di Eduardo al Mediolanum. Ero vicino di posto di un entusiasta Ruggero Ruggeri. E Anna Magnani, allora soubrette di Totò, con la quale ho attraversato, di notte, una piazza del Duomo deserta.

Sono state clienti dell’Istituto di Terapia Fisica di Niguarda, per dei danni muscoloscheletrici, tre belle e brave attrici: Agostina Belli, Giulia Lazzarini, Lucilla Morlacchi. era divertente  ascoltare da loro i retroscena di un mondo che mi ha sempre incantato.

E ho conosciuto professionalmente Paolo Stoppa, che si lamentava con la sua voce inconfondibile di un bruscolo nell’occhio. L’ho visto, in una bella vestaglia nella sua camera all’Hotel de Milan e, senza grande merito, guarito. E  negli anni seguenti Marcello Moretti e poi Ferruccio Soleri, ineguagliabili ambasciatori di italianità nel mondo con il loro Arlecchino servitore di due padroni. Mi piacerebbe poter pensare di avere una piccola parte di merito nella prodigiosa giovinezza di Ferruccio, che continua a recitare splendidamente una parte fisicamente molto ardua, nonostante i dolori alla schiena di cui mi ero occupato anche io. Gli attori sono fragili, e io ero chiamato a confortarli.

Dario Fo e Franca Rame li ricordo nella loro casa di piazzale Baracca, con i quadri di Dario alle pareti e i compagni più meno ammaccati di Soccorso Rosso su materassi stesi per terra: il Nobel era ancora lontano. E dopo, la vergognosa aggressione a Franca vissuta con grande forza e dignità, in un lungo faticoso recupero.

In un campo molto diverso, non posso dimenticare Giulio Natta, premio Nobel per la chimica nel 1963 per i suoi studi sui polimeri. Era affetto da una forma grave di morbo di Parkinson a inizio omolaterale controllato abbastanza bene da in intervento stereotassico, in gran voga in quegli anni. Il danno si è esteso all’altro lato, e un nuovo intervento non solo non ha migliorato la situazione, ma ha determinato un crollo grave di tutte le facoltà cognitive. Succedeva, dopo interventi bilaterali. Era terribile vedere una delle migliori intelligenze della prima metà del ‘900 ridotto a non farsi capire neanche dalle persone a lui più vicine.

Poi, i  nomi della grande borghesia milanese, non facilmente distinguibile dalla aristocrazia: ne ricordo soprattutto le belle case e i bellissimi quadri.

La duchessa Gallarati Scotti. La sua camera da letto nel mio ricordo è enorme, con un letto enorme, nel  quale la minuta duchessa mi riceveva, parlando nella sua splendida ‘lingua’ milanese. E aveva un fondo oro senese alle spalle.

Casa Belgioioso:  il principe mi intratteneva con il suo abito di campagna, naturalmente elegantissimo,  sull’andamento dei raccolti di quell’anno.

Grandi case e splendidi quadri: le scale di palazzo Bagatti Valsecchi impreziosite dai generali di Enrico Baj, che ammiravo mentre il padrone di casa mi parlava dei suoi dolori, tanto per cambiare alla schiena.

I Galtrucco di via Annunziata: ero entrato a casa loro perché la deliziosa piccola Giovanna era stata colpita dalla polio. Ce la siamo cavata bene, e Giovanna  è rimasta una delle mie migliori amiche. Approfittavo della intelligenza e della forza di carattere di mamma Galtrucco, per avere conoscenza diretta di tutte le proposte spesso strambe e ancor più spesso truffaldine che circolavano sul trattamento dei postumi di polio: mamma Galtrucco andava a verificare dal vivo e mi riferiva. E io avevo notizie dirette sull’inconsistenza della proposta, e potevo parlarne male e dissuadere con le prove i genitori degli altri piccoli sempre in attesa del miracolo. Mi ricordo quando ha portato Giovanna dal mago di Napoli, allora  celeberrimo, portando con sé il lenzuolo pulito sul quale Giovanna doveva essere trattata…

E giacchè siamo in via Annunziata, Alberto Pirelli, allora senza dubbio il più importante industriale di Milano. Della sua abitazione mi sono rimasti impressi il silenzio sepolcrale e i grandi vasi cinesi.

Il clan dei Falck: ricordi belli, come la disponibilità di mamma Cecilia e le grazie di Orietta. Erano tempi strani: molte giovanette della Milano bene avevano una scoliosi. Altri buffi. Alla morte del capofamiglia, la famiglia aveva regalato al Centro pilota di don Gnocchi due splendide palestre. All’ingresso c’era una testa in bronzo del benefattore. Erano i tempi della contestazione:  i giovani poliomielitici in carrozzina gareggiavano a chi faceva fare alla testa, che poggiava non  fissata su un perno, il maggior numero di giri colpendo il naso con una pallina di carta. E dopo l’omelia di monsignor Pisoni, presidente della Fondazione, che aveva invitato a dimostrare gratitudine ai benefattori, nell’intervento con  chitarra (allora era di moda) il più audace dei ragazzi usciva, a nome anche degli altri, in un : ‘Signore,  tieni lontano da noi tutti i benefattori’. E non aveva torto: ribadiva che tutto quanto serviva per una vera riabilitazione era un diritto del giovane disabile e doveva essere a carico della comunità, e quindi dello Stato. Non ho mai assistito a un ‘Ite missa est’ eseguito con maggiore celerità.

Per restare nello stesso ambiente, ricordo una   cena del Rotary a Monza, dove tra l’altro si era mangiato, come spesso accadeva, malissimo.  Avevo dovuto chiedere, controvoglia, ai facoltosi convitati un contributo per i bambini distrofici muscolari. Si cominciava allora ad occuparsene: non godevano della legislazione favorevole che interessava poliomielitici e spastici. Un autorevole membro affermava la scarsa importanza sociale del problema, i distrofici non potevano essere più di qualche centinaio. Lasciava qualche migliaio di vecchie lire, e si avviava all’uscita: inciampava sulla soglia e si faceva male. E’ tornato indietro a versare un altro po’ di denaro. L’ho sempre ricordato come un segno dell’esistenza di una superiore giustizia.

Era anche il tempo della guerra del Vietnam. Terre des Hommes, l’agenzia svizzera che si occupava dell’assistenza ai giovani vietnamiti del Sud travolti dall’ingiusta guerra: inviava al nostro centro, scelto tra i centri di tutto il mondo, i bambini affetti da lesioni motorie, in prevalenza poliomielitici. C’era qualche cerebropatico e un  paio di malformati congeniti. E’ stata un’esperienza entusiasmante. Anche i bambini di due-tre anni avevano un  comportamento di una serietà e di una educazione incredibili. Alla festa del Tet, quando l’ambasciatore di Saigon a  Roma veniva a festeggiare  l’inizio dell’anno con i bambini, un delizioso pranzo vietnamita (abbiamo saputo dopo, a Parigi, che la cucina vietnamita è una  delle migliori al mondo) veniva consumato tutti insieme, in un’atmosfera quasi religiosa. E tutti i giornalini comunisti cinesi e nordvietnamiti che arrivavano con gli studenti universitari che accompagnavano i bambini sparivano misteriosamente dalle camerate:  non  ho mai saputo dove finissero. Ho capito invece perchè i nordamericani non l’avrebbero mai spuntata in Vietnam quando ho visto Van Guyen, un  cosino di meno di dieci chili, nato prematuro e poi poliomielitico, non in grado di camminare,  aspettare Joseph, un bambinone camerunense con  spalle da campione dei mediomassimi che pesava quattro volte lui, sulla porta della camerata con un bicchiere pieno d’acqua in mano. Sapeva che Joseph indossava due tutori i cui montanti in ferro sporgevano dal tacco della scarpa  consumato dall’uso intenso. Mi ha detto: ‘sta a vedere, io butto l’acqua per terra, Joseph scivola e cade e io gli salto sopra’. E così’ è stato.

Ed erano anche gli anni della orrenda vicenda del Talidomide, il sedativo diffuso tra le donne in attesa di un figlio, che ha provocato un numero impressionante di  malformazioni dei feti. Ne avevamo diversi al don Gnocchi: un’altra lezione sulle  capacità di difesa dell’uomo anche in situazioni disperate. Ricordo una bambina africana di uno o due anni: amelica bilaterale completa, mancava anche delle scapole, le sue  piccole spalle rotonde ricoperte di seta nera. E  Rosangela, una bambina deliziosa di nove anni. Anche lei era amelica bilaterale,  mancava completamente dei due arti superiori, scapole comprese. Aveva imparato a fare tutto con le dita dei piedi, portava i cibi alla  bocca, cuciva, scriveva. L’avevamo dotata di una protesi meccanica in uso negli anni del dopoguerra: la sistemazione di due ‘dita cinesi’, ditali di paglia intrecciata che si gonfiavano, e quindi si accorciavano, quando veniva introdotto un gas; erano inserite su dei tiranti che muovevano  le dita meccaniche della protesi, ottenendone la flessione e quindi la presa. Rosangela  ne otteneva il riempimento e lo svuotamento schiacciando una valvoletta che comandava con il mento. Una delle sensazioni più tristi della mia vita, che pure non mi ha certamente risparmiato sensazioni dolorose,  la ho avvertita quando ho visto Rosangela  in piedi davanti alla lavagna:  stava scrivendo con un gesso quando l’anidride carbonica contenuta nella bomboletta si è esaurita. Le dita  si sono di colpo aperte, il polso è ruotato in supinazione. La mano artificiale è sembrata una mano vera, morta. Rosangela è scoppiata a piangere.
Mi rendo conto di non aver forse fatto una cosa corretta a inserire nei miei ricordi  i  nomi dei loro protagonisti, in tempi di ossessione per le intercettazioni telefoniche e di esasperazione della privacy ( a proposito, privasi o praivasi?). Ma  avevo molta voglia di rispolverare i miei ricordi,  oltre al fatto che delle persone nominate potevo solo parlare bene e che la maggior parte di loro non c’è  più. E a me non rimane che attendere serenamente che il mio testis dexter diventi rigidus et convulsus, sintomo che nostro padre Ippocrate (Aforismi,93) considerava letale.

IO LI HO CONOSCIUTI 1

Silvano Boccardi

Siamo rimasti in pochi ad avere vissuto la seconda guerra mondiale e gli anni tumultuosi che  sono seguiti: le polemiche dell’ultimo 25 aprile ne sono state un’avvilente prova.
Io sono uno di quelli. E ho voglia di ricordare  alcune delle persone per l’uno o l’altro motivo eccezionali che ho potuto conoscere in quegli anni. Giovane medico, mi sono laureato nel 1947, ho avuto la grande fortuna di essere indotto ad un mestiere allora pressochè ignoto in Italia: quello che solo molti anni dopo si sarebbe chiamato ‘fisiatria’. Mi sono così giovato del vantaggio di chi non ha ‘ concorrenti’, o ne ha comunque pochi. Così, se una persona notevole aveva qualche problema motorio (si trattava per lo più delle conseguenze di un ictus) mi chiamavano a vederlo e a curarlo. Ho imparato solo dopo che in realtà non si trattava proprio di curarlo, secondo i dettami della scienza medica allora ancora piuttosto arretrata, ma di aiutarlo a cavarsela nella vita : adesso diciamo ‘aiutarlo a riabilitarsi’.

Vorrei cominciare da quelli da cui ho imparato molto e forse tutto, e che hanno condizionato la mia visione della riabilitazione, visione nota ai lettori che hanno avuto la bontà di leggere le rubriche che l’amicizia del GSS mi ha consentito di pubblicare in  questi anni.

Per prima, Adelaide Colli Grisoni, donna  eccezionale, a cui dobbiamo la prima lucida esposizione dell’intervento riabilitativo nei bambini con paralisi cerebrale infantile, e in qualche modo l’affermazione di una neuropsichiatria infantile (mi sono a volte dovuto chiedere se  infantile è la neuropsichiatria o il neuropsichiatra) libera dal giogo di un’eccessiva medicalizzazione.


Ricordo qui due lapidarie affermazioni tratte dall’introduzione a ‘L’assistenza educativa al bambino con pci nella prima infanzia’ pubblicato da Cappelli nel 1968: ‘l’opera di recupero nei primi anni è diretta dal Medico e svolta dalla madre’ e ‘niente ginnastica, niente metodo X, niente terapista a casa che fa la seduta’. Interessante tra l’altro che la m di ‘medico’ sia maiuscola e quella di ‘madre’ minuscola: forse un tentativo di farsi perdonare da una categoria la cui egemonia, nel campo dell’assistenza al bambino  con pci, veniva così lucidamente messa in crisi.


E’  stato un vero colpo di fulmine. In margine al primo congresso della Società Italiana di Ginnastica Medica, nel 1952, in una bella mattina di primavera in gondola, sulla laguna di Venezia, chiacchieravo con Adelaide Colli Grisoni, reduce da un viaggio di ricerca su  quanto e come  si faceva nei paesi più evoluti in fatto di assistenza ai bambini con pci. In Italia, un paio di anni dopo doveva essere promulgata la prima legge sull’assistenza agli spastici  (è brutto, ma allora erano chiamati così). E in Italia mancavano strutture e soprattutto medici e terapisti preparati. La Colli (come la chiamavamo) mi chiedeva di aiutarla a realizzare una scuola per terapisti. Mi sembrava un sogno, ma solo un anno dopo presso l’Ospedale Ca’ Granda di Milano partiva il primo corso ufficiale per fisioterapisti istituito dall’ACIS: non  c’era un  Ministero dalla Sanità. La ricordo alta, sottile, di una eleganza sobria, non amava indossare gioielli: ricordo le  difficoltà incontrate quando abbiamo deciso di dimostrarle con un dono il nostro affetto. Era difficile resistere alla Colli, anche quando chiedeva energicamente alle mamme di occuparsi a tempo pieno ma ‘come una mamma’ e non come una terapista del loro bambino ‘spastico’, e di non trascurare gli altri figli: e anzi le incitava ad avere un secondo bambino quando il primo era spastico.

E Alfredo Grossoni: il miglior neurologo che abbia conosciuto. Non era  specialista e tantomeno ‘’professore”. Ma aveva  un impegno  nell’approccio al paziente che ho riscontrato raramente: mi ha insegnato che una visita neurologica seria non può durare meno di un’ora. E  un fiuto clinico incredibile: ho assistito alla discussione di un caso con un altro bravo neurologo del tempo, Alessi, su un caso interessante. Alessi gli richiamava la pag. 231 in alto a destra di un poco noto trattato tedesco, che conosceva a memoria e che suggeriva una diagnosi. E Alfredo gli ricordava a sua volta, grattandosi il naso affilato con una mossa che gli era abituale quando era perplesso, il caso di ‘quell’avvocato che abitava in  via Carducci, che aveva una cravatta a pallini e una cameriera che preparava un ottimo caffè’ per il quale avevano fatto insieme un’altra diagnosi che si era dimostrata giusta. E naturalmente aveva ragione lui. Aveva introdotto in Italia la pneumoencefalografia. Fasiani, il primo neurochirurgo italiano di fama,  chiedeva a lui di segnare sulla cute del cranio del paziente il punto dove  avrebbe dovuto aprire.


Aveva fatto la resistenza. Comunista fino alla tragedia dell’Ungheria quando ha avuto il coraggio di dichiarare in sezione il suo dissenso: allora ce ne voleva. Ma soprattutto gli volevamo bene per la sua disponibilità e generosità. Mi ha insegnato lui a non  farmi pagare le visite. Magrissimo, mi ricordo un caldo giorno di estate, a mezzogiorno, seduti su una  panca del grande atrio centrale della Ca’ Granda. Mi mostrava commosso il panino con prosciutto che gli era stato offerto dalla moglie di un paziente del contado, dicendogli: ‘Poverino, mangi, è così magro’.  Aveva una Citroën due cavalli, con una sedia al posto del sedile di guida, e si meravigliava che non avesse mai bisogno di rabbocchi di acqua e olio, ma neanche di rifornimenti di benzina. Gli amici facevano a turno per riempirgli di notte il serbatoio.

Silvano Mastragostino, ortopedico rizzoliano di grande valore: per questo, e per il carattere schietto di romagnolo, non è mai salito in cattedra. Si chiamava Silvano perchè era nato un anno dopo di me e le nostre mamme erano molto amiche. Era primario al Gaslini e si era fatto una grande esperienza di interventi in età evolutiva: allungamenti di arti, correzioni di scoliosi, trasposizioni tendinee. Era quindi destino che ci riincontrassimo. Silvano andava tutti gli anni in Kenya, al centro di riabilitazione di Ol’ Kalou, dove era atteso come un messia. Provvedeva a tutto lui: i viaggi dei suoi accompagnatori,  suoi collaboratori  ma anche altri specialisti,  e tecnici ortopedici. Per tre anni (86-88) ha portato anche me. Ma anche materiale per gli interventi e le ingessature, farmaci. E soldi. Aveva impiantato a Ol’ Kalou, con l’aiuto di una ditta di Genova, una piccola officina ortopedica perfettamente funzionante: produceva ortesi, scarpe, corsetti, anche ottime protesi. Erano molto belle e produttive  le sedute dell’intera équipe che decidevano gli interventi: più di un centinaio ogni anno. Le conclusioni erano all’insegna, a me graditissima, del ‘togliere’ tutto quanto non fosse essenziale. L’esperienza africana aveva insegnato a Silvano, e poi a tutti noi, come obiettivo dell’intervento, chirurgico e riabilitativo, dovesse essere il recupero della funzione, anche se questo implicava la rinuncia alla soddisfazione dell’operatore per interventi complessi e difficili. Un’osteotomia sopracondiloidea (tra  l’altro piuttosto semplice sulle ossa sottili del bambino poliomielitico: spesso  bastava un’osteoclasia) era di gran lunga preferibile a un intervento di trasposizione  del bicipite pro quadricipite, che dava problemi anche in fase di rieducazione e di solito era scarsamente efficace: tranne nel cammino, dove a volte il bicipite trasposto, stirato in fase di appoggio, si contrae in quanto flessore mentre agisce come estensore. La stessa regola valeva per le ortesi: a che pro dare al bambino delle scarpe ortopediche fabbricate con le correzioni perfette al momento, se poi doveva indossarle nella boscaglia o nella savana e non aveva possibilità di ripararle o di sostituirle per un anno? Lezione che ha influenzato il mio modo di pormi nell’attività quotidiana. E’ giusto sottoporre un emiplegico, che statisticamente può aspettarsi in media due anni di sopravvivenza, a lunghi fastidiosi periodi di rieducazione e addirittura a restare in letto fino a sei mesi, come preconizzato da varie parti, fino a che non abbia recuperato le sinergie corrette prive di sincinesie? E intanto ha  dissipato un quarto della sua aspettativa di vita. Poi Silvano e i suoi collaboratori operavano. I risultati funzionali erano davvero spettacolari e le complicanze rarissime. In un anno, su 120 interventi, un solo caso di infezione nonostante le difficoltà ambientali: ho visto il famoso chirurgo  lavarsi prima di un intervento le mani in un catino smaltato mentre la fanciulletta nera gli versava l’acqua da una brocca.  Grande lezione di efficienza e anche di umiltà: quello che conta alla fine dei conti è se e di quanto abbiamo migliorato la  vita e le ‘possibilità di partecipazione’ del paziente.

Piergiorgio Mazzola, grande esperienza di informatica che lo ha aiutato nella sua preziosa opera di divulgazione a favore dei disabili. Tetraplegico C6-C7 per aver ruotato bruscamente il capo mentre era alla guida della sua auto perché la figlioletta di pochi anni piangeva sul sedile posteriore: drammatica dimostrazione della persistenza dei riflessi tonici del collo in età adulta, in particolari condizioni. Appena in grado di muoversi su una carrozzina, dapprima manuale poi elettrica, ha messo la sua intelligenza e la sua disponibilità al servizio dei suoi compagni di sfortuna. Sono stato con lui fin dal principio: abbiamo condiviso per un certo tempo il mio tavolo di lavoro al centro pilota della Fondazione don Gnocchi. Gli incontri con lui e i suoi amici e compagni erano molto fruttiferi. E’ nata in quel gruppo la sostituzione, anche nei documenti ufficiali della regione Lombardia, dei negativi termini in uso fino allora, anche  a designare le associazioni:  invalidi, incapaci, minorati. con il termine  ‘disabili’. Tutto sommato molto meglio anche dei termini.. pietosamente pietosi che usano adesso: anche Usain Bolt è ‘diversamente abile’. E poi, l’anziano ’fragile’ come una statuetta di Sèvres o di Meissen!

Sono nati così, per merito di Piergiorgio, la pubblicazione ‘Informazione e Riabilitazione’  e il Centro Studi e Consulenza Invalidi, al centro pilota, per  elargire informazioni e consigli preziosi a centinaia di disabili  tutta Italia, che avrebbe visto il suo coronamento nell’istituzione da parte della Fondazione del SIVA (Servizio Informazione e Valutazione Ausili), che sotto la direzione di Renzo Andrich presto sarebbe diventato leader del  settore, e non solo in Europa.     E il DAT, la nuova struttura del Centro di cui la Fondazione può andare orgogliosa, dove si può conoscere e toccare con  mano quanto i progressi della tecnologia e l’esperienza dei disabili mettono a punto per migliorare la loro autonomia, non è che l’ingrandimento di quanto Piergiorgio , con l’aiuto prezioso della sua formidabile moglie, aveva raccolto nella sua casa milanese, mettendolo a disposizione di chi volesse conoscerlo e provarlo. Piergiorgio non si dava da fare solo per i singoli disabili. Suoi sono interventi a volte determinanti sulla agibilità delle strutture architettoniche. Ricordo, per avervi partecipato, la durissima lotta per ottenere la costruzione di rampe sui lati della scalinata del Duomo, dove non si poteva entrare in carrozzina. Impresa eroica, si trattava di mettere d’accordo la Fabbrica del Duomo, la Diocesi, il Comune e i suoi assessorati, la Sovrintendenza ai monumenti, la Vigilanza Urbana: adesso le rampe, anche se non molto comode, ci sono, ed è possibile andare dall’interno del Duomo a Piazza della Scala in carrozzina. Lì poi, con il traffico che c’è...   Altre battaglie per la concessione dei permessi di guida ai disabili: Piergiorgio era fiero perché  riusciva a ingannare i componenti le commissioni per la concessione delle patenti sul livello della sua lesione agitando le mani inguantate  a riprova della loro efficienza: guidava benissimo la sua automobile modificata. E  la sua partecipazione alla lotta condotta in Italia, con ottimi risultati, per la introduzione dei bambini disabili nella scuola normale. Aveva due splendide bambine, una è stata mia allieva. Anche Piergiorgio ci ha lasciato: che, come ci ha insegnato a dire Gianni Brera, la terra gli sia lieve.

E naturalmente don Carlo Gnocchi.  Ho potuto stare insieme a lui poche volte, nei primi anni 50, ma sono stato conquistato subito dal suo magnetismo. Mi ha chiarito  molte delle idee incerte che coltivavo da qualche tempo, soprattutto che non fosse sufficiente dare ad un bambino poliomielitico la possibilità di camminare ancora, e neanche  insegnargli un mestiere.  Bisognava trovargli un lavoro, anche se questo lo allontanava per molti anni dalla sua famiglia. Oggi, se Dio vuole, da noi non è più necessario, ma ho ritrovato la stessa esigenza quando sono stato in Kenya.  Mi ricordo un pomeriggio di autunno, a Roma in occasione di un  congresso sulla poliomielite. Eravamo a palazzo Barberini, su un divano nero di pelle, e don Carlo mi spiegava come faceva a trovare aiuto economico dalle persone che potevano darglielo. E mi ha fatto vedere un libretto nero con l’elastico, dove annotava le speculazioni fatte in borsa dall’interlocutore, che alla sua vista tirava subito fuori il libretto degli assegni. E’ strano come si presentino i ricordi: quasi sessanta anni dopo, ho ancora vivi nella memoria  la penombra della sala, il nero del divano,  il nero della tonaca, il nero del libretto, l’azzurro degli occhi di  don Carlo. Don Carlo Gnocchi era un grande santo lombardo.

In questa rubrica, ho ricordato alcuni di quelli con i quali  ho condiviso passioni e idee. Ma nei primi due decenni dopo la guerra, Milano era davvero ribollente di idee, iniziative e personaggi: era il tempo della ripresa – forse val la pena  di ricordare che Milano era stata distrutta al 60°% dalle bombe alleate- e poi del boom economico. Emblematico il ritorno di Toscanini alla Scala. Ho avuto la fortuna di assistere ad una delle ultime prove, nascosto tra le poltrone della sala. Toscanini non ammetteva intrusi, e le sue reazioni erano molto vivaci.

Così, anche io ho avuto l’occasione di conoscere  tanti  personaggi a vario titolo importanti, che mi fa piacere ricordare. Lo farò nella prossima rubrica, se la bontà degli editori e la pazienza dei lettori me lo consentiranno.

venerdì 6 gennaio 2012

ET DE HOC SATIS


ET DE HOC SATIS

Silvano Boccardi



Prima  di tutto, due parole sui precedenti. Qualcuno dei miei venticinque  lettori ricorderà una mia nota pubblicata su un bollettino del GSS del 2006  che ribadiva la necessità di riflettere prima di accettare  proposte di metodiche rieducative quanto meno discutibili,  e in particolare prive di attendibili  prove dell’efficacia dei loro risultati.  In mancanza di queste ritenevo, e ritengo, necessario ricercare nei lavori originali le prove dell’attendibilità delle proposte. Su richiesta dei frequentatori abituali delle nostre riunioni di aggiornamento presso la Fondazione Don Gnocchi a Milano prendevo in considerazione, tra le altre, le metodiche di produzione francese, molto diffuse anche in Italia negli ultimi venti anni, basate per lo più su tecniche indirizzate in particolare a muscoli e fasce, considerati responsabili della maggior parte dei danni funzionali dell’apparato locomotore.

Chiedendo scusa per quella che poteva sembrare, e non voleva essere, un’operazione di sciacallaggio, riconoscevo per primo che non è corretta una selezione di proposizioni distaccate dal contesto (anche se un’affermazione chiaramente erronea rimane un’affermazione erronea quale che ne sia il contesto), e la possibilità che una parte delle incomprensioni potesse essere dovuta a cattive traduzioni: anche se nella maggior parte i lavori erano stati letti nell’edizione originale in francese.  Avevo rilevato 2 affermazioni di Mlle Mézières, 24 di Bienfait, 2 di Busquet, 17 di Souchard.

 Avevo diviso le affermazioni contestate in due gruppi: quelle certamente erronee o male espresse,e quelle ambigue e non  comprensibili. Come mi aspettavo, alla redazione del GSS sono arrivate delle repliche:  da parte del sig Emiliano Grosso, del Centro di rieducazione posturale globale ‘studio Loriga’ di Roma, del sig. Orazio Mieli,presidente dell’AIRPG, e infine dello stesso mr Souchard. Alle lettere di Grossi e di Souchard avevo tentato di rispondere con due note che credevo corrette ed esaurienti, regolarmente pubblicate sul bollettino GSS. E qui  è terminata la corrispondenza. Mi rimaneva un rimorso: ero stato accusato giustamente di non essermi aggiornato sui recenti progressi  delle tecniche proposte. Anche se affermazioni in sé erronee restano erronee indipendentemente dall’epoca in  cui sono state avanzate.

Oggi la lacuna è colmata. Sul numero di ottobre del 2009 degli aggiornamenti dell’edizione italiana dell’Encyclopédie médicochirurgicale - Sezione medicina riabilitativa,  edita da Elsevier Masson, è  comparso un articolo a firma di PE Souchard, O Meli,  D Sgamma e P Pillastrini, dal titolo Rieducazione posturale globale,  Ci siamo: qualcosa su cui discutere. E’ recentissimo;  è più che autorevole, la prima firma è del fondatore del metodo  (viene definito ’Autore’ della rieducazione posturale globale: è strano, sarebbe come se Fleming fosse definito l’Autore del trattamento con penicillina della gonorrea); non ci possono essere errori di traduzione, tre degli autori, bravi, sono italiani.

Dopo i chiarimenti, almeno nelle intenzioni, di  tre anni fa, posso  finalmente esprimere un parere    che, per quello che vale, non può più essere imputato a una scarsa    conoscenza     del problema.

Purtroppo le mie perplessità di allora non possono che uscirne rinforzate. Poche osservazioni, divise per argomenti, ovviamente con tutto il rispetto per i terapisti, che certamente operano con dedizione e destrezza, e  senza mettere in dubbio i risultati da loro ottenuti. Ma di quante tecniche e metodiche, in sessanta anni di personale impegno, ho sentito vantare analoghi risultati? Diecine, forse centinaia. Aveva ragione il nostro Nachemson: non importa cosa fai al tuo paziente, importante è che tu gli faccia qualcosa. E Adriano Milani Comparetti, maestro di molti di noi, non per niente fratello di don Lorenzo, diceva:  non dare al paziente una terapia, dagli un terapista (sottintendeva naturalmente ‘bravo’).

E allora, nell’ordine  e  per argomenti

Fisiologia neuromuscolare

 I muscoli composti per la maggior parte da fibre di tipo IIB avranno maggior forza rispetto  a quelli con fibre di tipo I… a parità di superficie di sezione!

La resistenza fibroelastica migliora con l’aumento della stiffness muscolotendinea: la resistenza fibroelastica é una delle componenti della stiffness muscolotendinea (Baldissera), per cui è semmai vero il contrario, la stiffness muscolotendinea aumenta (migliora non vuol dire molto) con l’aumento della resistenza fibroelastica.

 Poste in essere dal sistema nervoso autonomo: nel linguaggio dell’anatomofisiologia, il sistema nervoso autonomo è quello che presiede alle funzioni vegetative, non quello che controlla i movimenti ‘autonomi’ qualunque cosa questa espressione voglia dire.

 Invidio la grande sicurezza nell’identificare natura e compiti dello schema corporeo. Ho cominciato a pormi il problema negli anni 40 e sono ancora pieno di dubbi.

 Nella descrizione delle funzioni muscolari, non si tiene conto dell’effetto che una contrazione di un muscolo determina a livello di altre articolazioni oltre quelle che attraversa. In un sistema multiarticolare,la contrazione di qualsiasi muscolo può causare l’accelerazione di un segmento remoto, attraverso interazioni inerziaIi.  Il soleo può essere un estensore del ginocchio. Ne ho la prova quando ne constato la funzione nel mio arto inferiore destro paretico, come sostituto del quadricipite che non  si attiva: quanto si può imparare dai propri guai!  In stazione eretta, quando il momento flessorio al ginocchio diventa maggiore del momento  estensorio alla tibiotarsica, il gastrocnemio diventa un flessore dorsale della tibiotarsica  (Zajac e Winter). Purtroppo, circa il 40% dei lavori citati dall’articolo in bibliografia risalgono al secolo scorso. Nel campo della neurofisiologia  applicata al movimento  negli ultimi anni sono stati fatti interessanti progressi.

 Le risposte fusali sono così complesse che penso proprio che si rifiuterebbero di essere considerate solo un meccanismo di inibizione. Anzi.

Biomeccanica

Il compito muscolare è quello di contrastare la forza di gravità oltre che il peso dei segmenti corporei..  il peso è il modulo della forza di gravità, non sono due cose distinte.

 Il punto di applicazione del peso G (accelerazione di gravità) …G è effettivamente il peso, ma è uguale alla massa per l’accelerazione di gravità, che è (g)

 Se G cade lontano dal punto di appoggio articolare., G non cade, almeno è sperabile. Tutt’al più la verticale condotta per G (direzione della forza di gravità) incrocia l’orizzontale a livello..

Perchè la situazione sia statica occorre, come detto, che i momenti delle forze antagoniste, e non le forze in se stesse, siano uguali e contrari. Nella  figura 5 la forza fm dovrebbe essere uguale a tre volte  G, che ha un  braccio tre volte maggiore.

A partire da un punto fisso superiore…cioè?

 Cosa è il punto di rigidità di un muscolo? La rigidità, che è la traduzione letterale di stiffnes, dovrebbe essere l’inverso dell’ estensibilità. Quale ne sarebbe il punto? E poi ogni miofibrilla… E’ la fibra che è circondata dal connettivo (endomisio, vedi figura) e non la miofibrilla. E come si potrebbe allungare il  connettivo se è già stato raggiunto il massimo allungamento possibile (penso sia questo il punto di rigidità)?

Nella formula del fluage sarà meglio chiarire che il fattore tempo è al numeratore: dal testo non  è evidente. Sarebbe meglio allungamento = forza di trazione X tempo / coefficiente di elasticità. Dal testo proposto si può dedurre che meno tempo dura la trazione più il muscolo si allunga.

  La conservazione dei risultati da parte del sistema automatico: che cosa è esattamente il sistema automatico? anche i movimenti ‘più automatici’ si servono dello stesso substrato anatomico del  movimento volontario (Massion)

Parlare di  muscoli più tonici e di forza tonica (o isometrica) e in genere di tono è un bel rischio. Forse  val la pena rileggersi il nostro Bernstein. E Granit, e Matthews e Morton e Ralston e Basmajian, e anche lo stesso Sherrington.   E pensare che  tra i primi avversari di questa visione del tono ci sono stati proprio i riabilitatori francesi: Tardieu, Tabary, Massion

Cinesiologia

 Tra le funzioni fondamentali del ruolo ‘statico’ dei muscoli è citata  la funzione di elevazione.  Elevazione è un movimento (Devoto Oli: innalzamento lento di un arto),    indica l’andare o portare in alto. Come può essere una funzione statica del muscolo?

Per  la stazione eretta, è necessaria la partecipazione dei muscoli adduttori e rotatori interni, che progressivamente portano gli arti inferiori a una completa adduzione. In stazione eretta, le anche non sono ‘completamente’ addotte, ma in posizione 0:  è ancora possibile un’adduzione di 20-30°: basta spostare il bacino da un lato. Comunque l’atteggiamento delle anche in stazione eretta non è  legato necessariamente all’azione degli adduttori della coscia. In presenza di un attrito sufficiente, i nostri piccoli poliomielitici con tutore bilaterale e adduttori paralizzati stavano in piedi  e camminavano.

 Atteggiamento posturale: continuo a pensare che sia una tautologia, postura = atteggiamento

La locomozione  avverrà in seguito, dopo che la stazione eretta potrà essere mantenuta con sufficiente sicurezza. Molti bambini,  quasi tutti, camminano ( fanno dei passi) prima di essere in grado di mantenere stabilmente la stazione eretta senza appoggi. E’ quanto avviene anche in pazienti adulti atassici

Il raggiungimento della stazione eretta avviene partendo dall’attivazione ..dei muscoli posteriori del tronco nella posizione quadrupedica… In questa posizione lavorano gli addominali per bilanciare l’effetto della gravità, che estenderebbe il tronco. Si può provare.

Allo scopo di  trasformare l’azione muscolare diretta verso il basso in forza verticale antigravitaria. non è facile capire cosa vuol dire ‘l’azione  muscolare verticale diretta verso il basso’: la componente verticale verso il basso della forza dei muscoli? tutto dipende dalla posizione dei segmenti.

Non è vero che la leva più utilizzata in fisiologia muscolare sia  la leva con fulcro intermedio: nella maggior parte delle attività motorie i muscoli agiscono su leve di terzo ordine.

,,,può rendere necessaria la presenza del tricipite surale che a livello posteriore rappresenta una forza supplementare: a che cosa è supplementare il tricipite surale?

 Delle catene muscolari intese come strutture anatomiche permanenti (non dissociabili, nel testo) non sono il solo a pensare tutto il male possibile (vedi Rulli e Saraceni, La rieducazione posturale, una riflessione critica, editore erre). I muscoli  si contraggono (quando si contraggono) con intensità e con timing che sono in funzione delle forze esterne agenti. Al collo, in stazione eretta a testa inclinata all’indietro, sono contratti i flessori, non gli estensori. Una catena muscolare particolarmente poco verosimile  è quella definita ‘anteriore dell’arto superiore’. Le posizioni e i movimenti della mano  e delle dita, caratteristici dell’uomo, sono praticamente infiniti e ottenuti con infinite combinazioni di interventi muscolari.

 Delle catene muscolari si formano di volta in volta in funzione delle richieste (perchè non chiamarle sinergie?):  oltre quelle necessarie alle fissazioni in serie, ad esempio, sono importanti anche le contrazioni a mira neutralizzatrice degli agonisti, sempre che il temine agonisti abbia un significato nel mantenimento della postura. E  meno male che il quadricipite, indispensabile nel mantenimento di molti atteggiamenti  e in molti movimenti plurisegmentari, è escluso dall’enumerazione dei muscoli facenti parte delle catene. Forse perché il retto femorale è flessore (all’anca) e estensore (al ginocchio?

 L’analisi degli interventi muscolari nella respirazione richiederebbe qualche pagina : non è così semplice.

 Se i segmenti si muovono, non sono posture.

Trattamento

D’accordo sulla partecipazione attiva del paziente, ma cosa vuol dire causalità?  se ci si riferisce alla cause dirette del sintomo disturbante, molto meglio l’espressione ‘meccanismo patogenetico’ dell’ottimo Paolo Crenna. E la globalità, termine di gran moda ma  non  facile da definire, così come il trendy ‘olistico’: tutta la medicina è olistica, o non è medicina. Globale indica tutti i muscoli del corpo, cosa difficile da realizzare, o tutti quelli implicati in quella postura o in quel movimento?

Cosa vuole dire, nel contesto, una corretta morfologia: corretta rispetto a che cosa? L’estetica, la simmetria, la fatica, il rendimento?

Mi rifiuto di pensare che la RPG possa correggere un ginocchio valgo

Quali sono ‘i limiti della fisioterapia stessa’, di quale fisioterapia si parla?

Per finire, è possibile ridurre tutto il processo riabilitativo alla soluzione di un limitato problema  meccanico? Oggi che, come ci avverte Tesio,  sono in corso di superamento opposizioni storiche come nervoso-meccanico, volontario-involontario, sensazione-movimento, motorio-cognitivo, e che l’esercizio è visto come una complessa forma di insegnamento-apprendimento all’interno della relazione terapeuta-paziente.

E adesso basta, appunto: ho detto (quasi) tutto quello che volevo dire. So bene che queste cose era meglio chiarirle direttamente con gli autori dell’articolo. Ci ho provato, ma senza risultato. Così, approfitto ancora una volta dell’inesauribile pazienza degli amici del GSS, per non tradire quanto sono venuto raccontando nei decenni a  centinaia di miei allievi sulla necessità di ben considerare le premesse teoriche delle tecniche che vengono loro proposte prima di utilizzarle, seguendo l’ammonimento   di Bachelard, che in questi casi ho trovato sempre utile e benefico: l’antipathie préalable est une saine précaution.

 Nel poco tempo che mi rimane, ci sono da fare cose più divertenti (more fun, come dice David Lettermann della lettura dell’autobiografia di Sarah Palin) che discutere sulla Rieducazione Posturale Globale. Mi raccomando, proto: con le iniziali maiuscole.

mercoledì 28 dicembre 2011

Disability seen from within


Disability seen from within


My friend M.N., eighty-seven years old and also a physician with sixty-two years of professional experience under his belt, underwent surgery of a right acoustic neuroma in 1977. Subjected to the seemingly inescapable fate of physicians who undergo surgery, he suffered not only a loss of hearing and right vestibular deafferentation resulting in serious balance-related problems, but also a complete paralysis of the right facial nerve, which partly regressed in the following months, a mild loss of sensation on the right side of his face and an unpleasant change in taste. In fact, his first sips of Champagne, offered by a charitable friend, tasted of bile. And since like all of us he is without a “taste bank” and therefore lacks historical reference, he still does not know whether the taste he ascribes to the wine he drinks today is the same as it once was. After suffering from significant disorientation for several months, his balance-related problems improved, which allowed him to get about autonomously over longer stretches, and even to climb or descend stairs or drive his car.

I met up with him several days ago, and he had the following to say:

“Over the past two years, my reflexes have begun to deteriorate. You may be interested to know that the phenomenon appeared--or at least accelerated--about thirty years after the lesion, more or less at the interval of onset of the so-called post-polio syndrome, which is undeniably associated with a peripheral disintegration. Most noticeably, there have been clear problems in my control of linear acceleration, particularly in the forward direction, for example while walking. The problems worsen with the increasing length of the tract covered, almost as if an accumulation of control errors is at play. A similar problem occurs when I sit down: I don’t actually sit down, but instead I fall into a seated position. Over the past year, I’ve fallen over four times, always in the context of an overly rapid rotation toward the right. The lighting of the environment has been a significant factor, as has the presence of load, which increases my mass.

“One morning early in May 2009, as I was getting out of bed to go to the bathroom, my right knee unexpectedly gave way, and suddenly I found that I was lying on the floor. Of course, it was very difficult for me to get back into bed, with the sole--and miraculous--help being provided by my wife. There was a residual loss of strength in the right lower limb, and there was ”something” in the upper limb, particularly the hand. For example, I was unable to play a 4/5 trill on the piano - I can no longer play Beethoven’s Opus 111 (!) - and the sensation was one of a marked reduction in strength, for example when holding a bottle of wine, an act that’s important in its own way. There are no pyramidal tract signs, nor any synkinesia. Muscle cramps are common, even in the left hand. Currently, there are no apparent sensitivity disturbances, even though objects easily slip through my fingers and I have some difficulties with tactile discrimination. For example, I’m unable to immediately find objects, such as my keys, which I have in my pocket together with my handkerchief. Something similar happens with my visual discrimination: I have difficulty immediately finding a black remote control on a dark, flat surface.

“A series of significant disturbances is associated with the fact that the operation on the neuroma was carried out on a Friday. It is well known that Friday is the worst day to have an operation, particularly if you’re a physician. By the time Monday came around, I had two liters of urine in my bladder: The catheter had become blocked while I was sleeping, and nobody had the time to take care of it. That was followed by thirteen months of cystitis, an ongoing alternation of germs unknown to me in parts of my body, the taste of dozens of antibiotics, and severe pain, above all. Not to mention ischuria, reduced amounts of voiding but increased frequency, most often with urgency. I had memorized the location of many of the public urinals in Milan (which would still be seen for several years to come) due to my pressing need to make use of them. I discovered (so many things I had been unaware of) that there are many ways in which voiding is stimulated, other than the classical variants of the sound of running water, bare feet on cold ground or drinking half a glass of water. For example, the urge immediately appears in front of the door to one’s apartment building or in the elevator going up to one’s apartment. Above all, and sadly enough, it appears when for reasons of decency it is impossible to let loose.

“Let me tell you about my daily routine. Given your profession, I think it will interest you.

“I awaken after a good night’s sleep, except for the fact that I need to get up every couple of hours to empty my small bladder. By now I can move reasonably well in bed, so that I don’t have too much trouble putting my feet on the floor. Then, however, I’m faced with the challenge of standing up. I’ve discovered that beds, sofas, armchairs and even chairs are too low for a person of average height, and I’m about five-feet-eleven. Rather than simply lean on something, I have to grab hold of something solid in front and somewhat above my center of gravity. The main risks I encounter are when I hang onto something mobile such as a door or a drawer that can open or close. Once I’m on my feet, I’m faced with the problem of staying there. That’s when what I call the quadriceps dance begins. My right knee is slightly flexed, and I can voluntarily straighten it. In truth, together with our bioengineering friends, we have shown that the soleus is the first muscle to go into action in such a case. It’s rather interesting, don’t you think? The extension of the knee produces a forward tilting of the upper body, which is voluntarily corrected; the knee flexes again, and so on.

“Then, sooner or later I have to move. There follows a series of unpleasant sensations: the difficulty of wrenching my right foot from the floor; my right leg a dead weight, feeling like it’s wrapped in a spider web, the anxiety of falling; and the search for a firm handhold. Particularly difficult are rotations toward the right. I’ve learned to use my right heel as a pivot--a move that would perhaps be beyond Kobe Bryant. And then there’s the back pain--a muscle pain that’s particularly strong when I’m first upright--and there’s muscle and perhaps joint pain in my right hip, which tends to diminish with my first steps. Of course, I needn’t mention the irregular neuralgia, for example in the minor and major suboccipitals nerves, which can last for several hours or even several days, nor the very intense but fortunately very short, sudden stabbing pains in my left ankle, the lateral surface of my left thigh, in my right knee and on the right side of my chest.

“Then comes the moment of truth: facing my image in the mirror. The white hair in disarray, the absence of wrinkles on the right side of my forehead, the twisted mouth, deprived of its excellent dentures and showing a single, residual tooth--a lower right premolar. Nothing short of the genius of Leonardo da Vinci could turn the ugliness of a toothless old man into beauty.

“I shave. Since my first time, I have performed this task over twenty-five thousand times, and I always thought I did a pretty good job of it. Unfortunately, the fear of falling forces me to lean against the wall or the washbasin with my left hand. I’ve had to kiss goodbye to shaving against the grain. For bathing, I manage with the help of a bath lift, which works reasonably well.

“Then there’s dressing: Particularly difficult is the task of slipping on my socks and shoes, more so the right than the left. The height of the chair is fundamental. And there’s the task of buttoning my left cuff.

“I have always advised going for walks as the best method of rehabilitation. My current autonomy (my marching perimeter, as the French would have it) is 100 to 150 meters with my walking stick on my right and the firm grip, on my left, of my incomparable wife, to whom I’m in debt for every moment of . . . paranormality. My stride is small, at around fifty centimeters, and my pace is down to little more than one kilometer per hour. Worst of all, once the hundred meters have been completed I’m overcome by a progressive and unstoppable tendency to accelerate, with an increase in the speed of my steps, almost as if the errors of acceleration control linked to the vestibular defect have accumulated. As a result, upon arrival I occasionally have to offload myself against the front door of my apartment building.

“As far as diet is concerned, this is another of the barely avoidable problems of aging. For twenty years I’ve suffered from esophageal reflux--which has been kept under good control with Mepral--and a moderate hiatal hernia. Consequently, my appetite is diminished and I’ve developed a certain distaste for meat. Sweets, on the other hand, are well tolerated. The facial paresis still gives me problems with oral continence and creates difficulties in forming bilabials. (The others pretend to understand me anyway, or perhaps they really do understand me. That’s the power of tracking, and of affection!) Of course, there are hearing problems: I’m completely deaf on the right side, and there’s a progressive, senile reduction in high-pitch sounds on the left. Here, too, there have been improvements with a hearing aid that’s nearly invisible. However, I realize there’s a certain charm to the bone ear trumpets our forefathers used.

“On the cognitive level, as those who speak well put it, there has been a noticeable decrease in my attention span. I start wanting to do something else after about ten pages of a Swedish murder mystery or after two or three pages of neurophysiology from my beloved Bernstein. My Chessmaster score has slowly fallen from 2500 to about 1000. And of course, there are the gaps in my short-term memory, whereas my long-term memory is relatively intact (if I concentrate, I can recite poems uselessly learned over 60 years ago). With regard to recall, it takes me a while to remember what film I watched on TV the night before, but also my recognition has suffered, even for music. Once upon a time I was proud of my ability to immediately recognize a piece of classical music, whereas now I may be able to repeat it or even anticipate it but may find I’m unable to say what it is. My handwriting, which was already appalling, has become tiny and completely illegible. I bow down in gratitude to the inventors of the computer.

“In conclusion, I’ve learned that  the  various disabilities associated with the signs left by the disease or with the more or less normal process of aging, instead of adding up tended to multiply. All the objects I have in my hands, particularly letters, newspapers and remote controls, inevitably end up on the floor, and picking them up is a truly burdensome study in style. If ever I get that Isaac Newton into my clutches . . . !

“As far as handicap is concerned, I’ve had the chance to verify the accuracy of what I’d been saying for several years. In social life, a characteristic of advanced age is the “dual centrifuge”: The old man sees his friends progressively moving away from him. One after the other, his friends fall from the rotating disc: in the columns of obituaries published in the newsletter of the Order of Physicians, there are almost none who were born before I was. But at the same time, he himself is spun outward with respect to the old centers of interest until, in the end, he too falls.

“And, in the meantime, an emptiness is created around you.”

My friend then moved away, with his small steps and his walking stick, muttering to himself. Fade out, to the notes of  des pas sur la neige . . . .

Perchè Clelia


Perchè Clelia, per tutti quelli che le volevano bene, e non abbiamo potuto avvertire

gli occhi,  il sorriso, la voce anche al telefono; perché ‘è dritta’, l’integrità morale, la fedeltà,la dedizione, il riserbo,la puntualità, il buonsenso, il buongusto, il rifiuto della retorica,la comprensione di cosa è giusto,la comprensione dei miei difetti, il capire sempre di cosa avevo bisogno e provvedere, il volermi bene, e tanto

mercoledì 9 novembre 2011

Parigi


Nei primi anni 50 Clelia e io siamo andati a Parigi  con pochissimi soldi in tasca. Una sera abbiamo cenato in un caffè del Boulevard des Italiens: ostriche e champagne. Eravamo felici. Qualche giorno fa (Clelia non c’è più) Donatella e Roberto sono andati a Parigi. Ho chiesto a Donatella di ripetere il rito. Lo ha fatto, e l’esperimento è riuscito: al tavolo ci eravamo tutti e quattro.

Avrei voluto



In questi giorni entro nella mia ottantanovesima primavera : si dice così. E’ tempo di bilanci più o meno definitivi: ruit hora.
Lo scrittore spagnolo Javer Marias sostiene che il bilancio deve comprendere ciò che abbiamo fatto e ciò che avremmo potuto fare e non abbiamo fatto. Affido il lato positivo della mia vita (l’avere) alle molte persone che mi hanno conosciuto:
-       le persone che direttamente o indirettamente mi si sono affidate (non mi piace chiamarli pazienti), più di ventimila;
-       gli allievi, più di tremila;
-       quelli che hanno ascoltato o fatto finta di ascoltare le mie relazioni ai convegni, parecchie migliaia;
-       i compagni di lavoro, tanti e tutti bravissimi;
-       i politici, forse troppi …;
-       …e che il buon Dio me la mandi buona.
Quanto al dare ( quello che non ho fatto, o ho fatto male) preferisco, come è di moda, fare un elenco parziale delle cose che ho tentato di fare per migliorare il mio score, con scarso successo.
Per cui, avrei tanto voluto sapere:
-       giocare bene a bridge;
-       giocare bene a scacchi; 
-       giocare bene a biliardo;
-       giocare bene a calciobalilla;
-       nuotare bene;
-       sciare bene;
-       giocare bene a tennis;    
-       tirare un sasso;
-       lanciare una palla;
-       fischiare intonato;
-       suonare il violoncello;
-       suonare passabilmente il pianoforte;
-       reggere una sinfonia di Shostakovic;
-       capire Coltrane;
-       capire Ricasso;
-       capire la relatività generale;
-       parlare arabo;
-       parlare bene inglese;
-       risolvere tomb raider;
-       scrivere come Tesio sulla riabilitazione ospedaliera;
-       farmi voler bene da tutti;

ci ho provato, ma non ce l’ho fatta. Mi dispiace molto.